RIASSUNTO DELLA PARTE I
Nel fango soffocante della sacca di Demjansk (primavera 1943), le truppe italiane della 3ª Divisione Celere e i granatieri tedeschi dell’Hauptmann Eric von Berg vivono un’alleanza logorata dalla diffidenza. Il Tenente Corrado Baldi, cronista militare armato della sua macchina da scrivere Olivetti MP1, documenta la cruda realtà della guerra al di là della propaganda. Quando il rombo dei carri pesanti sovietici Kliment Voroshilov (KV-1) rompe il silenzio della palude, la fragile linea difensiva sulla quota 112 viene travolta dall’artiglieria, lasciando il giovane Caporale Santini e l’intero battaglione esposti all’imminente attacco corazzato.
PARTE II: L’ACCIAIO DI MEZZANOTTE
Il riparo interrato della linea di comando non offriva alcuna illusione di salvezza. Era un’oscura tana scavata nel terreno argilloso, il cui soffitto di tronchi d’abete grezzi scricchiolava a ogni impatto dell’artiglieria, lasciando cadere rivoli di sabbia e terriccio dritto sulle teste degli uomini.
L’aria all’interno era un intriso denso e irrespirabile: il lezzo di panni di lana bagnati messi ad asciugare sopra un fusto di benzina convertito in stufa, il fumo acido dei sigari di trinciato forte fumati fino al filtro e l’odore metallico del sangue rappreso sui teli tenda. L’unica luce era quella di un mozzicone di candela da chiesa, infilato nel collo di una bottiglia di vodka vuota, la cui fiamma danzava nervosamente a ogni vibrazione del suolo.
Von Berg stese sulla tavola d’asse spaccata una mappa topografica stropicciata, con i rilievi di quota segnati da spessi tratti a matita copiativa rossa e blu.
A capochino su una cassa di munizioni rovesciata, Corrado Baldi continuava a battere sui tasti della sua Olivetti MP1. Il clic-clac metallico, secco e ritmico della macchina da scrivere s’incastrava stridulo tra i boati lontani delle granate, scandendo il tempo come un orologio d’artigliere.
«Capitano,» disse Corrado senza interrompere il ritmo delle dita. «Ho appena parlato con i superstite del Vestone. I ragazzi hanno solo tre cariche concave in tutta la linea e i nostri 47/32 fanno sorridere i marconisti russi. Se i KV-1 attaccano da questa direttrice, la trincea cede prima dell’alba.»
Von Berg picchiò il nocchio della mano sulla mappa, esattamente sopra un cerchio rosso che contrassegnava l’incrocio stradale di Kholm.
«Il Kampfgruppe non si ritira, Baldi,» rispose il prussiano. La sua voce era priva di tonalità, piana come la spianata di fango che li circondava. «Abbiamo l’ordine tassativo di tenere l’incrocio fino all’arrivo dei rinforzi meccanizzati dalla Germania.»
Corrado alzò lo sguardo dal nastro d’inchiostro. Guardò l’ufficiale tedesco negli occhi, scavati dalla mancanza di sonno e cerchiati d’ombra.
«I rinforzi non arriveranno, Eric,» disse, lasciando cadere il grado per la prima volta da quando si conoscevano. «Lo sai tu e lo so io. La Luftwaffe non vola da tre giorni per via della nebbia a bassa quota. Nessun convoglio corazzato passerà il fiume. Siamo soli.»
Von Berg non fece in tempo a rispondere. La porta d’asse di pino del bunker venne spalancata con tale violenza che i cardini d’improvvisazione cedettero con un cigolio. Un granatiere tedesco piombò nell’antro, con il viso sfigurato dalla fuliggine e l’elmetto ruotato di lato.
«Achtung!» gridò il soldato, la voce spezzata dall’ iperventilazione. «Carri nemici sulla quota 112! Hanno fatto a pezzi la terza compagnia degli alpini! Stanno entrando nei camminamenti!»
Von Berg si infilò l’elmetto mimetico in un unico movimento fluido, agganciando il cinturino sotto il mento con la precisione di un automa. Con la mano destra strappò la sua Luger dal canovaccio di cuoio.
«Prendi la tua pistola e lascia cotesta cassa di ferro, Baldi!» abbaiò il tedesco girandosi sulla soglia. «Stasera si combatte per la pelle, non per le prime pagine di Roma!»
Corrado fissò per un secondo il foglio ancora incastrato nel rullo. L’ultima frase digitata recitava: “La nebbia copre i vivi e i morti senza fare distinzioni.” Non smontò la pagina. Chiuse il coperchio in metallo della custodia, agganciò la cinghia di cuoio sopra la spalla e si infilò al collo la tracolla del suo moschetto Carcano 91/38. Poi seguì l’ufficiale prussiano nell’inferno aperto.
Fuori, il buio della notte era stato del tutto cancellato. Il cielo era un palcoscenico distorto irrorato dai traccianti verdi delle mitragliatrici pesanti sovietiche e da quelli rossi delle postazioni difensive. Candele d’illuminazione paracadutate dondolavano nel vento, proiettando ombre lunghe e mostruose sui pini spezzati.
Un carro T-34, con la vernice verde oliva ricoperta di fango e una spessa stella rossa dipinta sulla torretta, era salito direttamente sopra il bordo della trincea italiana. Il peso di trenta tonnellate d’acciaio stritolava i tronchi del camminamento come fossero fiammiferi, intrappolando gli uomini nelle buche. Il grido dei feriti venivano soffocati dal ruggito cupo del motore Diesel V12.
In mezzo a quel caos di terra ed esplosioni, Corrado vide il Caporale Santini.
Il ragazzo di Grosseto non stava scappando. Avanzava a balzi tra i solchi lasciati dai proiettili, piegato in due, stringendo al petto un fascio di tre bombe a mano Breda 35 legate strettamente insieme con il cavo telefonico di rame.
«Santini, no! Torna indietro!» urlò Corrado, lanciandosi nel fango per intercettarlo.
Ma il rumore delle esplosioni divorò la sua voce. Santini si piantò a tre metri dal mostro d’acciaio, proprio sotto il raggio cieco della mitragliatrice coassiale. Con un gesto disperato, nato più dall’istinto di sopravvivenza che dal coraggio, scagliò il fascetto di granate direttamente nell’ingranaggio della cinghia di trazione sinistra.
L’esplosione fu un lampo arancione che accecò il campo visivo di Corrado. Il cingolo del carro armato si spezzò con uno sibilante colpo di frusta metallico, avvolgendosi su se stesso e piantandosi nella melma.
Il T-34 ruotò violentemente su un solo lato, bloccandosi. Ma il gigante non era morto. Con un cigolio stridente di ingranaggi non oleati, la pesante torretta cominciò a ruotare lentamente verso il basso, allineando la canna del suo cannone da 76 mm esattamente verso il solco di fango dove Corrado e Santini giacevano senza copertura.
ANTICIPAZIONE – PARTE III: IL VALICO DEI MORTI
Nel prossimo capitolo: A un passo dall’annientamento totale sotto il fuoco a bruciapelo del carro sovietico, un intervento imprevisto offrirà a Corrado e ai superstiti un’ultima, disperata via di fuga.
Inizia la spaventosa marcia della morte verso il fiume Lovat: otto chilometri di ritirata strategica nella palude sconfinata, dove la distinzione tra alleati e nemici svanirà di fronte alla morsa del gelo. Ma arrivati all’unico ponte di legno ancora integro, gli uomini della 3ª Divisione Celere scopriranno che i genieri tedeschi stanno già posizionando il tritolo per tagliare la strada a chiunque si trovi ancora sulla sponda sbagliata…