Le Scaglie di Drago – Parte 1

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PARTE I: IL FANGO E L’INCHIOSTRO

Il fango del settore di Demjansk non possedeva la consistenza ordinaria della terra bagnata. Era una materia viva e maligna, una poltiglia vischiosa che masticava il cuoio degli scarponi ad ogni passo, risucchiando i piedi con un rumore sordo e viscerale. Portava con sé il sapore salmastro della vegetazione marcita nelle torbiere, l’odore metallico del sangue vecchio e il lezzo penetrante della benzina agricola usata per scaldare i carburatori ghiacciati.

Sotto un cielo plumbeo che pareva schiacciarsi sulle cime spezzate delle betulle, la primavera del 1943 non portava la rinascita, ma la putrefazione della neve.

Il Tenente Corrado Baldi siede su una cassa di munizioni da mortaio tedesca, le ginocchia piegate in un angolo acuto per non far toccare la falda del cappotto nel melmo. Dalla tasca interna della giubba d’ordinanza sfilò la sua Olivetti MP1 portatile. Sulla scocca in vernice nera opaca, pensata negli stabilimenti d’Ivrea per i tavoli dei professionisti di provincia, spiccava una spruzzata di fango essiccato. Corrado estratse un panno di lana grezza dal tascapane e pulì delicatamente i tasti, uno per uno, assicurandosi che il meccanismo delle levette non fosse bloccato dalla sabbia fine del fiume Lovat.

Corrado non apparteneva alla casta degli ufficiali di carriera. Non aveva l’incedere rigido dei cadetti di Modena né la disinvoltura cinica dei veterani d’Africa. Era un cronista del Regio Esercito, distaccato presso la 3ª Divisione Celere con il compito formale di documentare il valore delle truppe italiane sul Fronte Orientale per conto dell’Ufficio Stampa e Propaganda. In realtà, nei suoi taccuini di molettina nera non finivano i bollettini trionfali destinati alle prime pagine del Corriere della Sera, ma una contabilità minuta e dolorosa della miseria.

Attorno a lui, il campo di riposo temporaneo del battaglione offriva lo spettacolo di un’armata in sfaldamento. I soldati italiani, con le giubbe grigio-verde consumate sui gomiti e le gambe fasciate da mollettiere d’ordinanza ormai ridotte a stracci fradici, cercavano di scaldarsi attorno a piccoli fuochi alimentati a resina e rami secchi. Pochi metri più in là, i granatieri tedeschi del General-Kommando mantenevano una distanza glaciale, ben serrati nei loro impermeabili gommati e negli stivali alti in cuoio ingrassato.

Non era solo una questione di equipaggiamento; era un solco culturale e ideologico che si allargava ad ogni km di ritirata. Per i tedeschi, gli italiani erano l’anello debole della catena, la zavorra continentale; per gli italiani, gli alleati germanici erano macchine insensibili prive di qualunque pietà verso la carne da cannone.

«Ancora con quel gingillo da dattilografa, Italianer

La voce di Hauptmann Eric von Berg tagliò il brusio del vento. Von Berg era un prussiano magro fino all’incavo delle guance, con una cicatrice lucida e chiara che gli attraversava la pelle dal mento al colletto della giubba da campo. Portava il monocolo d’ordinanza infilato tra le dita invece che all’occhio e teneva un pesante binocolo Zeiss spazzolando metodicamente il margine della foresta a est.

Corrado non si scompose. Posò le dita sui tasti di bachelite e batté una riga corta. «L’inverno se n’è andato, ma ha lasciato i suoi scheletri.»

«L’inchiostro non spara, Von Berg,» rispose il tenente in un tedesco piano, imparato negli anni universitari a Padova. «Ma ha un pregio: dura più a lungo di un nastro per MG42.»

Von Berg abbassò il binocolo. I suoi occhi grigi, privi di ciglia a causa di una bruciatura da fosforo subita a Smolensk, fissarono Corrado con una miscela di disprezzo e stancante rassegnazione.

«Niente dura in questa palude, Baldi. Nemmeno le vostre illusioni di tornare a casa per la vendemmia. Guarda là.»

Il capitano indicò con il frustino di cuoio oltre la linea dei reticolati. Nella nebbia bassa che strisciava tra i giunchi si intravedevano le sagome di due T-34 sovietici. Erano arrugginiti, anneriti dagli incendi di due settimane prima, con le torrette divelte sbalzate a metri di distanza. Ma non erano i relitti a preoccupare l’ufficiale prussiano. Era ciò che stava intorno.

Profondi solchi paralleli spaccavano la crosta di fango. Tracce fresche di cingoli larghi, pensati appositamente per le paludi, che si addentravano nel fittame di betulle. La ricognizione dell’Alpino del battaglione Vestone, rientrata all’alba con tre uomini in meno, aveva confermato ciò che il comando d’armata cercava di ignorare: una colonna corazzata della Guardia Sovietica si stava posizionando a semicerchio attorno alla quota 112 per chiudere la sacca.

Un boato improvviso e profondo scosse la crosta di terra sotto le casse di munizioni. Il suono non venne dall’alto, ma sembrò salire dalle sviscere stesse della palude. Un proiettile d’artiglieria da 152 mm impattò a trecento metri a nord, sollevando un geyser di melma nera, schegge di legno e fumo denso al sapore di zolfo.

Corrado reagì con l’istinto primordiale di chi vive da due anni sotto il fuoco indiretto: si gettò di lato, girando il torso in aria per fare in modo che fosse la sua spalla, e non la macchina da scrivere, a impattare contro la terra liquida. Il fango gli riempì le narici e la bocca; sputò bile e terra, stringendo l’Olivetti al petto come un neonato.

Quando riuscì a sollevarsi su un gomito, tossendo a gran voce, notò il Caporale Santini.

Santini era un contadino di vent’anni nato nelle campagne di Grosseto, con le mani grandi abituate all’aratro e due occhi chiari che conservavano un’ingenuità sconcertante. Era rimasto in piedi al centro della piazzola, paralizzato, con una cassa di rancio in legno stretta tra le mani. Un rivolo di fango gli colava dal bordo dell’elmetto M33, scivolandogli sulla guancia.

«Tenente…» mormorò il ragazzo, la voce ridotta a un sibilo infantile. «Sentite anche voi?»

Corrado si pulì gli occhi con il rovescio della manica. Il rumore delle artiglierie si era momentaneamente placato, sostituito da un fenomeno più sinistro. Dal cuore del bosco di betulle si levava un suono cadenzato, metallico, sordo. Era il battito cardiaco d’acciaio della guerra industriale: decine di motori Diesel ad alta cilindrata che venivano avviati in contemporanea, girando al minimo per scaldare le coppe dell’olio prima dell’avanzata.

I carri pesanti Kliment Voroshilov stavano muovendo.

«Santini! A terra, maledizione!» ruggì Corrado, allungando una mano per afferrare la caviglia del caporale e trascinarlo dentro il camminamento rinforzato.

Von Berg, intanto, era già in piedi sul bordo della Trincea, indifferente ai frammenti di roccia che ancora cadevano dal cielo. Estrasse la sua Luger dalla fondina di cuoio rigido e azionò l’otturatore con un colpo secco.

«Avvisare i pezzi anticarro!» gridò il tedesco verso la buca delle trasmissioni. «Tutti gli uomini alle postazioni di combattimento! I russi attaccano!»

Corrado si rimise in piedi a fatica. La macchina da scrivere era salva, ma il foglio incastrato nel rullo era macchiato da una goccia di sangue scuro, colata da un taglio superficiale che si era fatto sul labbro cadendo. L’ultima parola stampata sul nastro d’inchiostro era “attesa”.

Guardò il versante della collina. Oltre la nebbia, tra gli tronchi bianchi delle betulle, le prime sagome tozze dei carri sovietici cominciarono ad emergere come mostri preistorici dalla melma. La linea italiana tenuta dal battaglione Vestone e dal battaglione Val Chiese contava su un pugno di cannoni 47/32, ribattezzati con tragica ironia “sputafuoco”, capaci soltanto di scalfire la vernice delle corazze frontali nemiche.

La morsa della grande sacca si stava chiudendo, e per la 3ª Divisione Celere non era rimasta alcuna via di fuga che non passasse attraverso il fuoco.

Nel prossimo capitolo: L’oscurità della notte non porterà la tregua, ma l’inizio del massacro. Intrappolati all’interno di un bunker improvvisato sotto il bombardamento incrociato, Corrado e Von Berg saranno costretti a stringere un patto di ferro per la sopravvivenza dei propri uomini. Mentre i mostri d’acciaio KV-1 supereranno le prime linee schiacciando i camminamenti italiani, il Caporale Santini si troverà di fronte a una scelta disperata che cambierà per sempre il corso della battaglia. Ma quando il fronte sembrerà crollare definitivamente, un tragico segreto custodito dal comando tedesco rivelerà che la vera minaccia non proviene soltanto dalle linee sovietiche…

Giuseppe Gallo

Giuseppe Gallo

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