Era passata la mezzanotte quando il telefono iniziò a squillare.
Sul display non c’era scritto nulla: né numero, né “anonimo”. Solo uno schermo vuoto che lampeggiava.
Pensai fosse uno scherzo. Risposi con tono seccato:
«Pronto?»
Dall’altro capo, silenzio. Poi, un respiro. Lungo, affannato. Sembrava qualcuno che cercasse di parlare ma non ci riusciva.
«Chi è?» domandai, già infastidito.
Un sussurro quasi impercettibile attraversò la linea:
«Sono qui fuori…»
Mi affacciai alla finestra. La strada era deserta, illuminata solo da un lampione tremolante. Nessuno.
«Basta, chiunque tu sia, smettila!» gridai, e chiusi la chiamata.
Neanche trenta secondi dopo, il telefono squillò di nuovo. Stesso display vuoto. Stesso respiro dall’altra parte.
Con le mani sudate e la gola secca, riuscii appena a dire:
«Che cosa vuoi da me?»
La voce questa volta fu più chiara, come se provenisse da dietro di me, nella stanza:
«Non chiamarmi, rispondimi.»
Il telefono cadde a terra. Lo schermo era nero, spento.
Eppure continuava a squillare.
