CREEPYPASTA – Il Biglietto 734

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Il neon tremolante del minimarket proiettava ombre lunghe e distorte sul viso di Marco. Erano le undici di una sera piovosa a Bari, l’aria intrisa del profumo salmastro del mare e dell’odore acre di pioggia sull’asfalto. Ogni mercoledì e sabato, Marco si trovava lì, davanti al bancone, con quella che ormai era diventata una superstizione più che una speranza: comprare un biglietto della Lotteria Italia.

“Il solito, Marco?” chiese l’anziano proprietario, Enzo, che lo conosceva da anni. I suoi occhi stanchi sembravano aver visto troppi sogni infrangersi su quei numeri stampati.

Marco annuì, estraendo una moneta da due euro dalla tasca. “Sì, Enzo. Chissà, magari questa è la volta buona.”

Enzo gli porse il biglietto, una striscia di carta bianca e sottile con il numero 734. “Buona fortuna,” mormorò, ma la sua voce era piatta, quasi priva di convinzione.

Marco tornò al suo piccolo appartamento in via Sparano, il rumore dei suoi passi che echeggiava nei portici umidi. Il biglietto finì, come sempre, sotto una tazza da caffè rovesciata sul comodino. Non pensò più al 734 fino alla domenica mattina, quando la sua compagna, Giulia, lo scosse dolcemente.

“Marco! Marco, svegliati! Non ci crederai!”

Ancora assonnato, si strofinò gli occhi. Giulia teneva in mano il giornale, le dita che tremavano leggermente. “Il numero del primo premio… è il 734! Abbiamo vinto, Marco! Abbiamo vinto!”

Il mondo si capovolse. Cento milioni di euro. La cifra ballava davanti ai suoi occhi, quasi tangibile. Ricchezza, libertà, una vita senza preoccupazioni. Festeggiarono, urlando di gioia, abbracciandosi e ballando per la piccola stanza.


La Prima Ombra

La fase iniziale fu euforica. Il clamore dei media, le interviste, le promesse di un futuro radioso. Lasciarono Bari, comprando una villa sontuosa in collina, con vista sul mare. Marco smise di lavorare, così come Giulia. Si dedicarono a una vita di lusso, viaggi, shopping sfrenato. Ma dopo qualche mese, una sottile crepa iniziò a farsi strada nell’idillio.

Fu Marco il primo a notare la stranezza. La sua vista, un tempo acuta, cominciò a farsi sfocata. Non era miopia; era come se il mondo intorno a lui acquisisse una patina sottile, quasi un velo invisibile. Poi vennero i suoni. Lievi, appena percettibili. Sussurri che sembravano provenire dagli angoli più bui della villa. Non parole distinte, solo un fruscio costante, come il respiro di qualcosa che si muoveva nell’ombra.

Giulia non sembrava notare nulla. Era ancora immersa nella sua bolla dorata di consumismo. Ma Marco iniziò a dormire male, svegliandosi di soprassalto nel cuore della notte, con la sensazione di essere osservato. E ogni volta, il numero 734 gli balenava nella mente.

Un giorno, mentre era seduto in giardino, sentì un forte crampo al braccio. La pelle si increspò, e quando guardò, vide che la sua mano destra, quella che aveva tenuto il biglietto, era leggermente più scarna, le vene più pronunciate. Sembrava… più vecchia.


Il Morso della Fortuna

La villa iniziò a trasformarsi in una prigione dorata. Marco evitava gli specchi. Il suo viso era pallido, scavato, gli occhi cerchiati. I sussurri si fecero più forti, più insistenti, e occasionalmente, gli sembrava di sentire il suono di unghie che raschiavano il legno. Giulia, intanto, divenne nervosa, irritabile. Le sue mani, un tempo morbide e curate, iniziarono a mostrare macchie scure, come piccole bruciature.

“Cosa ti sta succedendo, Marco?” gli chiese una sera, la sua voce tremante. “Stai dimagrendo, sei sempre stanco…”

Marco non sapeva cosa risponderle. Non poteva spiegarle il peso invisibile che sentiva, la sensazione che qualcosa stesse lentamente prosciugando la sua vitalità.

Poi venne la rivelazione. Una notte, non riuscendo a dormire, Marco si alzò e andò in salotto. La luna piena illuminava debolmente la stanza attraverso le grandi finestre. I sussurri erano ora un coro, proveniente da ogni angolo della villa. E in mezzo a quel coro, sentì la sua voce. La sua voce di Marco, che chiedeva soldi, che desiderava una vita diversa. E poi, una voce strisciante, quasi sibilante, che gli rispondeva: “Il prezzo è stato pagato. Il prezzo è stato pagato.”

Il suo sguardo cadde su un vaso cinese antico che avevano comprato in un’asta. Era lì, sul mobile, e sulla sua superficie, invisibile prima d’ora, c’era un’incisione. Non era un motivo floreale, né un simbolo classico. Era una serie di cifre. Il numero 734.

Un brivido gelido gli percorse la spina dorsale. Corse per la villa, disperatamente. Ogni oggetto costoso che avevano comprato, ogni pezzo d’arte, ogni gioiello scintillante… tutti portavano, in qualche modo invisibile all’occhio superficiale, l’incisione del 734. Erano marchiati.

Tornò in camera da letto. Giulia era sveglia, seduta sul letto, con il respiro affannoso. I suoi occhi erano spalancati e privi di espressione. Sulle sue braccia, le macchie scure si erano allargate, formando una specie di reticolo, come una radice oscura che si espandeva sotto la pelle. E quando lei alzò lo sguardo su di lui, Marco vide che i suoi occhi non erano più i suoi. Erano vuoti, con una luce fioca e maligna che sembrava provenire dal profondo.

“Marco,” mormorò Giulia, ma la voce non era la sua. Era distorta, gutturale, come se le parole venissero da una gola troppo stretta. “Non puoi scappare dal numero. Il numero ti ha scelto. Il numero ha preso il suo.”

Marco indietreggiò, il cuore che gli batteva all’impazzata. Capì. Il biglietto. Non era un semplice pezzo di carta. Era un contratto. Un patto con qualcosa di antico e affamato, qualcosa che si nutriva della fortuna e, in cambio, reclamava la vita. La ricchezza era solo l’esca. La vera vincita era la graduale erosione, il lento prosciugamento dell’anima e del corpo.

Ora, mentre la pioggia incessante batte sul tetto della villa in collina, Marco è solo. O quasi. Sente ancora i sussurri, più forti che mai, un coro di voci che mormorano il numero 734. Il suo corpo è una sagoma emaciata, la sua pelle è sottile come carta velina. I suoi occhi, un tempo pieni di vita, ora riflettono la stessa luce malata che aveva visto negli occhi di Giulia, prima che anche lei… sparisse.

A volte, nel silenzio della notte, sente un raschiare sottile, come di unghie che si muovono. E sa che il 734 è ancora lì, in ogni angolo della villa, che aspetta. Aspetta che l’ultima scintilla di vita si spenga, per poi passare al prossimo “fortunato” possessore di un biglietto vincente. E la storia si ripeterà. Perché il numero, in fondo, vince sempre.

Giuseppe Gallo

Giuseppe Gallo

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