Creepypasta – La Stanza 604

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Non ho mai creduto alle storie di fantasmi, finché non ho vissuto abbastanza a lungo da capire che alcuni luoghi non hanno bisogno di spiriti per essere maledetti. Alcuni lo diventano da soli.

Era una notte di novembre quando arrivai all’hotel di periferia dove dovevo fermarmi per lavoro. Un posto anonimo, con un’insegna rossa mezza fulminata e un parcheggio quasi vuoto. Alla reception c’era un uomo sulla sessantina, che mi guardò con un’espressione strana quando lesse la mia prenotazione.

«Stanza 604?» mormorò.
Annuii.
«Sì… va bene.»

Non sembrava convinto, ma non avevo voglia di discutere.

Il sesto piano era deserto, illuminato solo da una serie di lampade al neon che sfarfallavano come se stessero finendo di morire. La stanza 604 era in fondo al corridoio. La porta era leggermente socchiusa.

Pensai che avessero dimenticato di chiuderla dopo le pulizie.

Appena entrai, però, mi accorsi che qualcosa non andava.

Odore di polvere. Silenzio assoluto. Ma soprattutto… una sensazione strana, come se l’aria fosse più pesante. Il letto era perfettamente rifatto, ma il piumone presentava un’increspatura sul lato destro, come se qualcuno vi fosse appena seduto.

Chiusi la porta dietro di me.

Scattò da sola.

Non con la dolcezza di una serratura normale.
Fece un rumore secco, violento.
Come un colpo.

Provai a riaprirla.
La maniglia si muoveva, ma la porta non si apriva.

Il cuore cominciò a battermi forte.

Decisi di chiamare la reception, ma appena presi in mano il telefono della stanza questo squillò da solo.

Risposi.

Un sussurro.
Lentissimo.
Spezzato.

«Non… restare… lì.»

«Chi parla?» chiesi con un filo di voce.

«La… porta… non… è… tua.»

Mi mancò il fiato.

Provai di nuovo ad aprire, ma niente.
Allora tirai con tutta la forza che avevo.

La porta si spalancò di colpo, facendo scricchiolare il legno.

Il corridoio era… diverso.

Le luci erano spente.
Il pavimento sembrava più vecchio.
E in fondo, dove prima c’era il muro, ora c’era un lungo corridoio che non avevo mai visto.

Dal fondo iniziò a muoversi una figura, troppo alta per essere umana. Le braccia arrivavano alle ginocchia, e qualcosa nella sua andatura era terribilmente sbagliato. Come se non sapesse come usare le proprie gambe.

La osservai avvicinarsi per qualche secondo, paralizzato.

Poi la luce tornò.
La figura scomparve.
E il corridoio tornò normale.
Un uomo delle pulizie stava passando con un carrello e mi guardò stupito.

«Tutto bene? Perché ha quella faccia?»

Mormorai qualcosa e chiusi la porta dietro di me, tremante.

Il mattino dopo, scesi alla reception con la scusa di cambiare stanza. Il receptionist di notte non c’era. Al suo posto c’era una donna di mezza età che sembrò sorpresa quando dissi il numero della mia camera.

«604?» fece. «Ma… è chiusa da anni.»

«Come scusi?»

«Da quando…» abbassò la voce «un ospite è rimasto intrappolato dentro, e quando sono riusciti ad aprire la porta… be’, non era più lo stesso.»

Mi gelò il sangue.

«Ma io ci ho dormito stanotte.»

La donna impallidì.
Senza dire altro, prese le chiavi appese dietro di lei.

C’erano tutti i numeri.

Tranne uno.

La 604 non aveva chiave.

«Quella stanza», disse con voce bassa, «si apre solo quando vuole lei.»

Giuseppe Gallo

Giuseppe Gallo

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