Capitolo 1: Il Valzer del Sangue
La nebbia di Torino non era una semplice condizione atmosferica; era un velo massonico che avvolgeva i peccati della città, impastandosi con il fumo delle carrozze e l’odore di carbone delle prime industrie. Quella sera di tardo autunno, il vapore grigio saliva dai Murazzi del Po fino a lambire le finestre illuminate di Palazzo d’Asti, la maestosa residenza della famiglia della Contessina Beatrice. All’interno, il contrasto era violento. Mille candele di cera vergine bruciavano nei lampadari di cristallo di Boemia, riflettendosi sugli ori delle pareti e sugli specchi veneziani che amplificavano lo sfarzo di una festa senza badare a spese.
Era il ballo di fidanzamento dell’anno. La giovane Beatrice, l’ultima perla della nobility sabauda, stava per legare il proprio destino a quello del dottor Ernesto Vieri. Vieri non vantava quarti di nobiltà, ma il suo nome faceva tremare le cignone delle casseforti di mezza Europa: era il banchiere più ricco e spietato della regione, un uomo i cui occhi avevano il colore freddo delle monete d’argento.
In un angolo della sala da ballo, parzialmente nascosto dall’ombra di una monumentale pianta di felce imperiale, il commissario Corrado Renzi osservava la fauna aristocratica con la diffidenza tipica di chi ha visto troppo fango per credere alla purezza del marmo. Renzi non portava la marsina d’ordinanza dei nobili, ma un abito scuro, severo, che metteva in risalto la sua figura asciutta e le spalle larghe. Il suo volto, segnato da una cicatrice che gli attraversava lo zigomo sinistro fino alla mascella — ricordo di una vecchia rissa nei vicoli di Porta Palazzo —, era una maschera di vigilanza. Non era lì come invitato d’onore, ma su esplicita e sommessa richiesta del vecchio Conte d’Asti, preoccupato per certe oscure lettere di minaccia ricevute dalla famiglia nelle ultime settimane.
«Osservate con troppo rigore, commissario. Questa è una festa, non un giro d’ispezione alle carceri delle Nuove.»
Renzi si voltò lentamente. Accanto a lui, con un calice di champagne tra le dita affusolate, c’era la Marchesa Matilde, matrigna di Beatrice. Era una donna sulla quarantina, di una bellezza magnetica e felina, avvolta in un abito di velluto cremisi che sfidava il lutto recente per il primo marito. I suoi occhi scuri brillavano di una luce febbrile, quasi divertita.
«La differenza tra una sala da ballo e una prigione, marchesa, è solo nel prezzo degli abiti di chi vi è rinchiuso», rispose Renzi, con la sua voce profonda e leggermente roca.
Matilde accennò un sorriso ambiguo, lo sguardo che si posava oltre la spalla del commissario. Al centro della pista, Ernesto Vieri stava conducendo Beatrice in un valzer serrato. La contessina, un cigno in seta bianca, appariva pallida, quasi diafana, lo sguardo fisso al colletto inamidato del fidanzato, mai nei suoi occhi. Vieri, di contro, sorrideva con l’arroganza del conquistatore. Al dito medio della mano destra, che stringeva la vita della fanciulla, esibiva un imponente anello d’oro bianco raffigurante un leone rampante, lo stemma che aveva preteso di unire al proprio dopo l’accordo matrimoniale.
«Sembrano una coppia perfetta», mormorò Matilde, ma il tono della sua voce tradiva un’amarezza tagliente, una corda troppo tesa che a Renzi non sfuggì.
«L’apparenza è la moneta corrente in questo palazzo, marchesa. Ma io preferisco l’oro vero», ribatté il commissario, notando come le dita della donna stringessero lo stelo del calice fino a far imbiancare le nocche.
Prima che Matilde potesse rispondere, l’orchestra intonò l’apice del valzer. Le coppie ruotavano in un vortice di colori, profumi di lavanda e cipria, e lo sferragliare sommesso dei gioielli. Ernesto Vieri sollevò la mano di Beatrice per farle compiere una giravolta, un gesto plastico che catturò l’attenzione di tutti gli astanti.
Poi, improvviso e assoluto, il buio.
Un sibilo d’aria, il rumore metallico di una leva azionata nei sotterranei dove risiedevano le nuove condutture del gas illuminante, e l’intera sala cadde nell’oscurità più profonda. La musica si interruppe bruscamente con lo stridore di un archetto che scivolava sui violini. Per un istante, il silenzio fu totale, gravido di sconcerto. Poi iniziarono i sussurri, le risatine nervose delle dame, il calpestio di scarpe di vernice sul parquet.
«Cosa succede? Le condutture del gas…» «Un guasto alla regia di città!» «Mantenete la calma, signori!»
Renzi non parlò. Nel buio, i suoi sensi si erano tesi come corde di violino. Il suo istinto, affinato in anni di pattugliamenti notturni e imboscate, gli gridò che quello non era un incidente. Sentì il fruscio del velluto di Matilde che si allontanava di scatto dalla sua parte. Subito dopo, nel centro geometrico della sala, risuonò un rumore sordo, come di un corpo pesante che impatta contro il pavimento, seguito dal grido soffocato e acuto di una donna.
Trenta secondi. Tanto durò l’eclissi.
Con un crepitio sinistro, le fiammelle di gas nei lampadari si riaccesero una dopo l’altra, riversando nuovamente la luce giallastra sul salone. Ma la scenografia era mutata.
Al centro della pista da ballo, Ernesto Vieri giaceva supino. Gli occhi erano sbarrati, vitrei, rivolti al soffitto affrescato come se avessero visto un demone scendere dalle nuvole dipinte. La bocca era leggermente aperta, contratta in una smorfia di indicibile sorpresa. Accanto a lui, Beatrice era caduta in ginocchio, le mani premute sulla bocca, l’abito bianco immacolato che già si sporcava della polvere del pavimento.
Renzi scattò prima di chiunque altro. La sua figura aprì la folla dei nobili pietrificati dal terrore come una lama nel burro.
«Indietro! Nessuno si muova!» tuonò la sua voce, un comando imperioso che bloccò sul nascere i primi tentativi di panico.
Il commissario si accovacciò accanto al corpo del banchiere. Gli prese il polso: freddo, privo di battito. Gli passò una mano davanti agli occhi, ma le pupille erano già dilatate, insensibili alla luce. Non c’erano squarci nell’abito, non c’erano pugnali conficcati nel petto, né macchie di sangue che si allargavano sulla camicia di lino. Un delitto invisibile.
«È… è morto?» sussurrò Beatrice, la voce ridotta a un filo tremante. I suoi occhi azzurri erano sbarrati per l’orrore.
Renzi non rispose subito. Ispezionò il collo della vittima. Lì, sulla pelle candida appena sopra il colletto rigido, notò una piccola chiazza violacea, della grandezza di una moneta da due centesimi, al cui centro esatto spiccava un minuscolo foro rosso, quasi invisibile. Un segno che a un occhio inesperto sarebbe parso la puntura di un insetto, ma che per Renzi aveva un significato ben più sinistro.
«È morto, contessina», disse infine, rialzandosi e fissando lo sguardo sulla folla che si accalcava a distanza di sicurezza. «E l’assassino è ancora in questa stanza. Guardie!»
Due agenti in divisa, rimasti fino ad allora vicino all’ingresso d’onore, scattarono in avanti.
«Sbarrate le porte del palazzo. Nessuno deve uscire, dai nobili all’ultimo dei servitori nelle cucine. Chiunque tenti di allontanarsi sia tratto in arresto immediato», ordinò Renzi con freddezza geometrica. Un mormorio di sdegno e paura si levò tra gli invitati, ma lo sguardo d’acciaio del commissario bastò a spegnerlo.
Mentre gli agenti eseguivano l’ordine, Renzi tornò a chinarsi sul cadavere. Nel muovere il braccio sinistro di Vieri per esaminare le mani, l’attenzione del commissario fu catturata da qualcosa che spuntava da sotto la schiena dell’uomo. Un frammento di carta, gualcito e strappato con foga.
Con mossa fulminea e discreta, nascondendolo nel palmo della mano per non offrirlo agli sguardi dei curiosi, Renzi lo sfilò. Era un pezzo di carta da lettere di raffinata fattura, profumato di un’essenza d’ambra che il commissario riconobbe all’istante, avendola avvertita pochi minuti prima accanto a sé. Sopra vi erano tracciate poche righe con un inchiostro viola, una grafia elegante ma tremante:
“…se oserai portare a termine questa farsa matrimoniale, il tuo segreto morirà con te. Non avrai il mio silenzio, né il mio corpo. M.”
Il commissario strinse il biglietto nella tasca della giacca. M. La mente corse immediatamente alla Marchesa Matilde. Si guardò intorno per cercarla con lo sguardo, ma la donna si era defilata tra la folla, il viso nascosto dietro un ventaglio di piume nere, sebbene i suoi occhi continuassero a seguire ogni mossa dell’investigatore con la fissità di un predatore.
Renzi si rivolse a Beatrice, che veniva sorretta dal vecchio padre, il Conte d’Asti, un uomo distrutto dal dolore e dallo scandalo imminente.
«Contessina Beatrice, devo farle alcune domande. Dovete venire con me nello studio di vostro padre, lontano da questo scempio», disse Renzi, mantenendo un tono professionale ma non privo di una sfumatura di compassione per la giovane.
«Ma commissario, mia figlia è sconvolta! Non vedete che si regge appena in piedi?» protestò il vecchio Conte, la voce tremolante.
«Il tempo è il peggior nemico della verità, conte. Più aspettiamo, più il veleno della menzogna contamina i fatti. Venite.»
Il piccolo corteo si diresse verso lo studio privato al piano nobile, lasciando il salone nel caos più totale, sorvegliato dagli agenti. Lo studio del Conte era una stanza severa, foderata di mogano scuro e stipata di libri rilegati in pelle. Un fuoco debole crepitava nel camino, proiettando ombre lunghe e sinistre sulle pareti.
Renzi fece sedere Beatrice su una poltrona di velluto verde. La ragazza continuava a guardarsi le mani, come se temesse di trovarvi ancora il sangue invisibile del fidanzato.
«Contessina», esordì Renzi, appoggiandosi al bordo della scrivania. «Durante quei trenta secondi di oscurità, avete sentito qualcosa? Un movimento, un respiro, un sussurro al vostro fianco?»
Beatrice sollevò lo sguardo, gli occhi lucidi di lacrime che minacciavano di scendere. «Nulla, commissario. Ernesto mi teneva per mano. Poi la luce è svanita. Ho sentito la sua presa farsi improvvisamente d’acciaio, mi ha stretto le dita quasi a spezzarle. Ha emesso un gemito strano… come se stesse soffocando. Poi è scivolato via. Ho cercato di trattenerlo, ma è caduto. Io… io non ho visto nessuno.»
«E l’anello?» domandò Renzi a bruciapelo. «L’anello con il leone rampante che portava al dito. Sapete se avesse qualche particolarità?»
Beatrice sembrò esitare, un lampo di incertezza attraversò il suo sguardo prima che scuotesse la testa. «No. Era un gioiello di famiglia che aveva acquistato da poco a un’asta. Diceva che gli portava fortuna.»
Renzi non le credette. C’era una nota falsa nella sua voce, una reticenza che solo chi ha qualcosa da nascondere manifesta. Prima che potesse incalzarla, la porta dello studio si aprì bruscamente. Entrò l’agente scelto Moretti, il volto pallido come un cencio, il respiro affannoso di chi ha corso a perdifiato.
«Commissario… dovete venire subito. Abbasso, nelle cucine», ansimò l’agente, stringendo il berretto tra le mani.
«Cosa succede, Moretti? Vi avevo ordinato di piantonare le uscite.»
«Lo abbiamo fatto, signore. Ma… il cameriere. Quello che i testimoni dicono di aver visto correre verso i sotterranei subito dopo che il gas è stato tagliato…»
Renzi si tese. «Ebbene? Lo avete catturato?»
«No, signore», rispose Moretti, deglutendo a fatica. «L’abbiamo trovato. Ma è troppo tardi per interrogarlo.»
Un brivido freddo corse lungo la schiena di Renzi. Senza aggiungere una parola, il commissario superò l’agente con passo rapido, lasciando lo studio e dirigendosi verso le scale di servizio che conducevano ai sotterranei del palazzo. L’aria, man mano che scendevano, si faceva più fredda e umida, impregnata dell’odore di fritto, di spezie e di disinfettante economico.
Le cucine di Palazzo d’Asti, solitamente un alveare di cuochi, sguatteri e servitori in perenne movimento, erano ora immerse in un silenzio tombale. La servitù era ammassata contro una parete, sorvegliata da un secondo agente, i volti rigati dalle lacrime e segnati dal terrore.
Al centro della grande dispensa della carne, appeso a una delle massicce travi di quercia del soffitto utilizzate per i quarti di bue, penzolava un corpo.
Era il cameriere. Indossava ancora la livrea nera e il gilet bianco della festa, ma la giacca era strappata. I piedi nudi penzolavano a trenta centimetri da terra, oscillando leggermente con un movimento regolare e sinistro. Gli occhi erano spalancati, la lingua tumida sporgeva tra i denti. Una sedia era stata rovesciata proprio sotto i suoi piedi.
«Suicidio», mormorò Moretti alle spalle di Renzi. «Deve aver capito di non avere via di scampo dopo aver tolto la luce e…»
«Un corno, Moretti», lo interruppe Renzi, la voce tagliente come un rasoio.
Il commissario si avvicinò al cadavere. Notò immediatamente che i polsi dell’uomo presentavano dei leggeri arrossamenti, come se fossero stati legati stretto fino a pochi istanti prima. Un suicida non si lega i polsi prima di impiccarsi, per poi slegarsi miracolosamente. Ma non fu quello il dettaglio che fece sobbalzare il cuore del commissario.
Sul tavolo di legno da lavoro, a pochi passi dalla sedia rovesciata, c’era un calice d’argento, lo stesso modello utilizzato per servire il vino liquoroso agli ospiti del ballo. Il bicchiere era vuoto, ma sul fondo intermedia una goccia di un liquido denso e scuro.
Renzi si chinò sul calice. Non ebbe bisogno di toccarlo. Un odore pungente, dolciastro e inconfondibile, si sollevò dal metallo, dominando l’aria della dispensa nonostante l’odore di morte.
Mandorle amare. Cianuro puro.
L’assassino non si era limitato a colpire nel salone da ballo; si era mosso nelle ombre del palazzo con la rapidità e la ferocia di uno spettro, eliminando il complice che aveva tagliato la luce prima che potesse parlare, camuffando poi l’esecuzione con un rozzo suicidio.
In quel momento preciso, mentre il silenzio della dispensa veniva rotto solo dal sinistro scricchiolio della corda che reggeva il cadavere, Renzi sentì un brivido dietro la nuca. Un rumore impercettibile, come il fruscio di una veste di seta, proveniva dall’angolo più buio della cantina adiacente, dove le grandi botti di vino sbarravano la vista.
Il commissario portò lentamente la mano alla fondina della sua pistola d’ordinanza, voltandosi verso l’oscurità delle botti. Chiunque fosse l’assassino, era ancora lì dentro, intrappolato nei sotterranei insieme a lui.
«Chi c’è là?» gridò Renzi, facendo un passo avanti e puntando l’arma nel buio. «Uscite a mani alzate, o sparo!»
Dall’ombra profonda della cantina non giunse alcuna risposta verbale. Solo il suono metallico e agghiacciante di un percussore che veniva armato, pronto a fare fuoco nel buio contro il petto del commissario.
Venerdì prossimo il capitolo 2: I Segreti delle Ombre