Tutto è iniziato con un messaggio vocale lasciato sul telefono di Marco alle 3:17 di notte.
Non c’era nessun nome registrato, solo “Numero sconosciuto”.
Quando ha premuto play, ha sentito il fruscio tipico delle vecchie segreterie telefoniche.
Poi… la voce di una bambina.
«Hai trovato il mio diario?», ha sussurrato.
La voce tremava, come se fosse nascosta sotto un letto.
Poi un colpo secco.
E la linea si è interrotta.
Marco non aveva figli.
Non conosceva nessuna bambina.
E non aveva nessun diario.
La notte successiva ne è arrivato un altro.
«Perché non rispondi? Lui è vicino. Non posso parlare forte.»
Dietro di lei si è sentito il cigolio di una porta.
Un rumore lento, prolungato.
Come se qualcuno l’avesse appena aperta con cautela.
La bambina ha trattenuto il respiro.
«Non voglio andare con lui.»
Una pausa.
Un lamento.
Poi la chiamata si è chiusa bruscamente, lasciandolo con un gelo nella schiena che sembrava colare lentamente sotto la pelle.
Il terzo messaggio è arrivato mentre Marco era al lavoro.
Questa volta la bambina non sussurrava.
Piangeva.
«Perché hai… il mio diario? Perché l’hai preso? Lui dice che sei stato tu!»
Marco è caduto dalla sedia.
Era evidente che quella voce stava peggiorando.
O si stava avvicinando.
Quando ha controllato le notifiche, ha notato una cosa impossibile:
i messaggi risultavano registrati dalla sua stessa segreteria telefonica.
Cioè… sembrava che quelle voci venissero da casa sua.
La notte, mentre cercava di dormire, il telefono ha vibrato.
Voicemail.
Ha tremato mentre premeva play.
Questa volta non c’era la bambina.
Era la voce di un uomo.
Profonda.
Vuota.
Svuotata di tutto ciò che poteva essere umano.
«L’ho trovata. Ora ho il diario. E so dove sei.»
Quindi un suono metallico, come unghie contro una superficie di metallo.
O un coltello contro una porta.
Marco si è alzato dal letto.
La sua porta d’ingresso era chiusa, l’aveva controllata tre volte.
Si è avvicinato lentamente.
Mentre era davanti alla porta, il telefono si è acceso da solo.
Voicemail in arrivo.
In diretta.
Registrazione in corso.
Ha premuto play con le mani che gli tremavano.
Era il rumore della sua stessa porta.
La stessa porta che aveva davanti.
La stessa che vedeva vibrare leggermente.
Poi la voce della bambina:
«Ora l’ha trovato lui.
Ora verrà a prenderti.»
Un colpo potentissimo ha fatto sobbalzare la porta.
Poi un altro.
Le luci si sono spente.
Il messaggio vocale si è interrotto.
La polizia è arrivata solo la mattina dopo.
La porta era sfondata dall’interno.
Nessuna traccia di effrazione.
Nessun segno di lotta.
Nessun corpo.
Solo il telefono di Marco, ancora acceso.
La sua segreteria segnava un messaggio non ascoltato, arrivato alle 3:17.
Era la voce di una bambina.
«Posso entrare ora?»
