Ogni Halloween, in un piccolo paese del Sud Italia, c’era una casa che i bambini evitavano: quella con il numero 13. Non era abbandonata — una luce fioca arancione brillava sempre dietro le tende — ma nessuno aveva mai visto chi ci abitasse. Solo una cosa era certa: chi bussava a quella porta durante la notte del 31 ottobre, non era più lo stesso il giorno dopo.
Era una vecchia tradizione, raccontavano i più anziani. “Il Dolcetto della Porta 13”, lo chiamavano. Se avevi il coraggio di bussare, una mano pallida ti porgeva una caramella nera, avvolta in carta lucida. Bastava mangiarla per sentire una voce sussurrare dentro la testa: “Ora tocca a te…”
Una sera, un gruppo di ragazzi decise di sfidare la leggenda. Ridevano, scherzavano, riprendendo tutto con lo smartphone per pubblicarlo sui social. Quando bussarono, la porta si aprì con un cigolio. Nessuno dentro. Solo un vassoio con quattro caramelle nere, allineate perfettamente.
Uno di loro, Marco, ne prese una e la mise in bocca. “Sa di liquirizia”, disse ridendo. Poi impallidì. Le sue pupille si dilatarono, la voce si strozzò in gola, e cadde a terra tremando. Sullo schermo del telefono, l’inquadratura tremolante mostrò la porta che si richiudeva da sola.
Il giorno dopo, Marco era di nuovo a scuola. Sorrideva, troppo calmo, troppo composto. Non ricordava nulla — o almeno così diceva. Ma da allora, ogni anno, la casa al numero 13 accende una luce in più, e un nuovo volto si affaccia dietro la finestra.
E se durante la notte di Halloween senti bussare alla tua porta… conta quante luci sono accese nella via. Se sono tredici, non aprire. Potrebbe essere Marco, venuto a offrirti un dolcetto.
