A Napoli, nel cuore della chiesa dei Santi Severino e Sossio, esiste un luogo che custodisce una storia tanto tragica quanto straordinaria: la cappella di Ippolita Monti, contessa di Saponara. Tra le sue mura di marmo si intrecciano dolore, ingiustizia, vendetta e arte. Non è soltanto una cappella funeraria: è un manifesto politico e umano che ha trasformato una tragedia familiare in un monito eterno.
La tragedia: tre figli avvelenati
Siamo nel 1522. I tre figli maschi della contessa Monti : Jacopo, Sigismondo e Ascanio , partecipano spensierati a una battuta di caccia. Non sanno che li attende il loro destino: vengono avvelenati contemporaneamente, probabilmente per mano dello zio paterno Girolamo Sanseverino, con la complicità della moglie Sancia Dentice. Dietro il delitto si nascondeva una questione di eredità feudale: eliminare i nipoti significava liberare il campo e impossessarsi dei beni della famiglia. Il dolore della madre si trasforma subito in battaglia. Ippolita non si piega: denuncia i colpevoli, li porta in tribunale, raccoglie prove e testimonianze. Girolamo finisce incarcerato, ma grazie ai suoi privilegi nobiliari e alle sue influenti conoscenze riesce a ottenere la libertà. La giustizia degli uomini, dunque, resta incompleta. In un’epoca in cui le donne erano relegate al silenzio e all’obbedienza, Ippolita Monti rappresenta un’eccezione. Non solo non si rassegna alla morte dei figli, ma continua a sfidare apertamente una delle famiglie più potenti del tempo. Gestisce le proprietà, si oppone al marito quando lui pretende di riaverla con sé, arriva persino a chiedere una separazione legale, un gesto rivoluzionario nel Cinquecento. La sua sete di giustizia e la sua forza di volontà la rendono un caso unico: una donna che non vive all’ombra di un uomo, ma si impone come protagonista in un panorama politico e sociale dominato dagli uomini.
I sepolcri: memoria e denuncia scolpita nel marmo
Non potendo ottenere piena giustizia in tribunale, Ippolita sceglie un’altra via: la memoria scolpita. Affida a Giovanni da Nola, tra il 1539 e il 1545, la realizzazione dei tre sepolcri dei figli nella cappella dei Santi Severino e Sossio. I monumenti sono straordinari: i tre giovani cavalieri sono raffigurati in armatura, seduti sopra i sarcofagi, come se fossero ancora vivi. Non sono statue funebri tradizionali: gli sguardi rivolti verso l’alto chiedono giustizia divina, là dove quella umana è venuta meno. Ai piedi di Jacopo, il primogenito, sono scolpite panoplie, cioè armi e decorazioni militari, simboli della sua giovinezza interrotta ma anche delle virtù cavalleresche della casata. Questi motivi decorativi non sono casuali: risentono della moda del tempo, influenzata dai festeggiamenti per l’arrivo a Napoli dell’imperatore Carlo V nel 1535, quando la città si riempì di scenografie temporanee fatte di armi, simboli romani e allegorie militari. Da quell’immaginario gli artisti trassero ispirazione per i sepolcri più solenni, trasformandoli in veri manifesti visivi della gloria e della nobiltà. Accanto ai figli, anche la madre riposa in questa cappella: il suo sepolcro, semplice e terragno, reca un’epigrafe che è insieme memoria e accusa eterna contro i Sanseverino, perché la storia non dimenticasse l’ingiustizia subita.
La vicenda di Ippolita Monti e dei suoi tre figli è molto più di una tragedia familiare: è un racconto di resilienza e memoria. In un’epoca in cui le donne erano invisibili, Ippolita trasformò il dolore in una battaglia civile e politica. La cappella che fece costruire non è solo un luogo di lutto, ma un atto di denuncia inciso nel marmo che ancora oggi ci parla. Guardando quei giovani cavalieri eternamente vivi nelle loro armature, con lo sguardo rivolto al cielo, si percepisce il messaggio che la contessa volle lanciare: la giustizia umana può fallire, ma quella della memoria e dell’arte non muore mai.

Notizie e immagini tratte da: SCULTURA FUNERARIA NAPOLETANA 1470-1623 ad opera della Professoressa Letizia Gaeta