Era una crociera come tante, una settimana tra isole e mari cristallini. Nave nuova, cabine eleganti, buffet 24 ore su 24. Eppure, fin dal primo giorno, c’era qualcosa di stonato in quel viaggio. Come una nota fuori scala, troppo bassa per sentirla ma troppo inquietante per ignorarla.
Io e la mia ragazza avevamo la cabina al ponte 8, lato mare. La nave aveva 12 ponti accessibili al pubblico. O almeno cosรฌ dicevano. Un giorno, mentre gironzolavo curioso nei corridoi riservati allo staff, notai qualcosa. Un tasto senza nome sullโascensore di servizio. Tra il 12 e il ponte tecnico, un piccolo spazio vuoto. Nessuno ci aveva fatto caso?
Sรฌ. Curioso come sono, ci ho cliccato.
Il display dellโascensore ha lampeggiato. Un rumore sordo, meccanico. Le luci sono tremolate per un istante. Poi si รจ aperta la porta.
Ponte 13.
Non cโera scritto, ma lo sapevo. Lo sentivo. Quel corridoioโฆ sembrava identico agli altri, ma era sbagliato. Le luci a neon crepitavano come se avessero anni. La moquette era consumata, bagnata, e puzzava di muffa e cloro. Cโera odore di mare chiuso. Di cose morte.
Ma la parte peggiore erano le cabine.
Non avevano numero. Nessuna insegna, nessun rumore allโinterno. Soloโฆ porte. Tutte identiche. Chiuse.
Tranne una.
Una porticina in fondo al corridoio oscillava piano. Come spinta dal vento. Ma non cโera vento. Eravamo sottocoperta.
Io lo so che non avrei dovuto farlo. Ma lโho fatto.
Sono entrato.
Allโinizio era buio. Poi gli occhi si sono abituati. Cโera un letto disfatto, come se qualcuno fosse appena sceso. Una sedia che oscillava ancora. Una finestra aperta sul mare. Ma il mareโฆ non era quello della crociera. Era grigio. Strano. Statico. Come un’immagine stampata.
E poi lโho sentita.
Una voce. Bassa. Sottile. Non capivo cosa dicesse. Non era italiano. Non era inglese. Eraโฆ qualcosa di marino. Come le bolle di un palombaro che sussurra nellโoscuritร .
Mi sono girato. Nessuno.
Ma la voce era sempre piรน vicina. La finestraโฆ no. Non era piรน una finestra. Era un occhio. Uno gigantesco, immobile, che mi fissava dallโacqua. Il suo sguardo era inumano. Senza emozione. Ma sapevo una cosa: voleva che restassi.
Sono fuggito. Ho premuto il tasto dellโascensore come un pazzo. Le porte si sono chiuse, lโascensore รจ risalitoโฆ e il ponte 13 รจ scomparso.
Il giorno dopo, ho chiesto a uno steward. Mi ha guardato fisso:
โNessun ponte 13. ร superstizione. Non esiste.โ
Ma quella notte, dalla cabina, ho sentito lo stesso suono.
Un sussurro dโacqua. Un occhio nellโoscuritร .
E la voce, chiara questa volta:
โScenderai di nuovo.โ
