CREEPYPASTA – Sipario di Tenebra

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Il sipario era calato, un pesante drappo di velluto bordeaux che nascondeva un segreto inconfessabile. Fuori, nella penombra del corridoio, il brusio dei genitori e gli schiamazzi dei bambini si fondevano in una melodia disturbante. Per me, Marco, dodici anni e un terrore atavico del palcoscenico, la recita di fine anno era giร  un incubo di per sรฉ. Ma quella sera, al saggio della scuola media “Leonardo Da Vinci” di Grottaglie, il terrore avrebbe assunto una forma molto piรน concreta.

Ero il narratore, un ruolo che mi condannava a rimanere dietro le quinte per la maggior parte del tempo, al sicuro dall’ondata di sguardi curiosi. O cosรฌ credevo. Lo spettacolo procedeva stancamente, una carrellata di balletti zoppicanti e cori stonati. Poi venne il momento di Sofia, la mia compagna di banco, che doveva esibirsi in un monologo.

Il silenzio calรฒ. Sofia, vestita da albero parlante, si avvicinรฒ al microfono. La luce dei riflettori la investรฌ, ma c’era qualcosa di strano. La sua ombra, proiettata sul fondale, sembrava muoversi con una vita propria, distaccata dai suoi gesti. Le dita dell’ombra si contorsero, piรน lunghe e artigliate di quelle di Sofia. Un brivido freddo mi corse lungo la schiena.

Sofia iniziรฒ a parlare, ma la sua voce non era la sua. Era roca, gutturale, come se qualcosa di estraneo le avesse strappato le corde vocali. Le parole uscirono strascicate, non il testo che avevamo provato mille volte. “Ascoltate… ascoltate… l’ombra vi chiama…”

Un mormorio sorse dal pubblico. Le madri si scambiarono sguardi preoccupati, i padri si stiracchiarono, a disagio. Ma l’ombra di Sofia continuava a danzare sul fondale, sempre piรน grande, sempre piรน scura. Poi, dalle quinte, vidi un’altra ombra muoversi. Non era proiettata da nessuno, sembrava… strisciare. Era un’ombra autonoma, un brandello di oscuritร  che si allungava verso il centro del palco.

Un grido agghiacciante squarciรฒ l’aria. Proveniva da Sofia. Cadde a terra, il costume da albero stropicciato, e le sue braccia si contorsero in angolazioni innaturali. L’ombra sul fondale si staccรฒ e danzรฒ per un istante, per poi fondersi con l’ombra strisciante che si era avvicinata. Insieme, formarono una figura alta, slanciata, con due buchi neri al posto degli occhi.

Il panico esplose nel pubblico. Le luci del teatro iniziarono a sfarfallare, le risate e i commenti si trasformarono in urla disperate. I professori cercarono di mantenere la calma, ma erano impotenti. L’entitร  d’ombra si mosse con una velocitร  innaturale, inghiottendo le persone una dopo l’altra. Non c’erano sangue o brandelli di carne, solo un’oscuritร  che si espandeva, consumando ogni cosa.

Mi rifugiai dietro un pannello scenografico, il cuore che mi batteva all’impazzata. La figura d’ombra si avvicinava, la sua oscuritร  pulsava, attirandomi come un buco nero. Sentii le voci dei miei amici svanire nel nulla, un eco lontano di terrore.

Poi, un lampo. Il preside, l’unico rimasto sul palco, brandiva un proiettore teatrale, la luce sparata direttamente sull’ombra. L’entitร  si ritrasse, sibilando, la sua forma tremolante. La luce la feriva. Ma il preside non era abbastanza forte. L’ombra lo circondรฒ, lo avvolse, e l’ultima cosa che sentii fu un fioco lamento prima che anche lui svanisse.

La luce del proiettore cadde a terra, la lampada si frantumรฒ, e l’oscuritร  tornรฒ a regnare, piรน fitta di prima. Sentii i miei piedi scivolare sul pavimento lucido del palco. L’ombra mi aveva trovato. Tentai di gridare, ma la voce mi si bloccรฒ in gola.

Mi voltai, pronto ad affrontare la fine, ma vidi solo una figura piccola e tremolante. Era l’ombra di Sofia, staccata di nuovo, ma ora era solo una piccola, innocua proiezione di una bambina. Mi guardava con occhi pieni di dolore, le lacrime che le scorrevano sul viso fantasma.

L’ombra principale, quella che aveva divorato tutti, era ferma. Stava aspettando. L’ombra di Sofia mi tese una mano immateriale, un gesto di disperata supplica.

Capii. Non voleva farmi del male. Voleva solo… essere riunita.

La mia mano tremava mentre mi avvicinavo, una parte di me che urlava di scappare, l’altra che sentiva una strana compassione. Le mie dita si scontrarono con la sua mano eterea. Una corrente fredda mi attraversรฒ, ma non era dolorosa.

E poi, tutto svanรฌ.

Mi ritrovai a terra, da solo sul palcoscenico buio. La sala era vuota. Il sipario bordeaux era lacerato in piรน punti. Un silenzio innaturale avvolgeva la scuola. Le luci di emergenza illuminavano debolmente i corridoi deserti.

Nessuno era rimasto. Solo io. E l’ombra di Sofia, ora un piccolo batuffolo d’oscuritร  ai miei piedi, che sembrava… riposare.

Da quel giorno, ogni volta che la luce del sole crea un’ombra, provo un brivido. So che esistono forme di oscuritร  che non sono solo assenza di luce, ma entitร  capaci di rubare ciรฒ che siamo. E so che, in qualche luogo, l’ombra di Sofia, e forse anche le altre, sono ancora lรฌ, in attesa del prossimo saggio.

Giuseppe Gallo

Giuseppe Gallo

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